Reddito di cittadinanza: a luglio ci sarà un nuovo “indietro march”?

L’esecutivo di destra centro ha dedicato alla lotta contro il sussidio, simbolo dei governi Conte, la stessa intensità d’impegno messa in campo dal movimento cinque stelle viceversa per difenderlo. Con il risultato che entrambi sono stati premiati dai rispettivi elettorati alle ultime Politiche. Tuttavia, questa prova muscolare rischia di essere ancora una volta pagata dai cittadini in maggiore difficoltà sul mercato della formazione e del lavoro.


Sia chiaro un punto: il reddito di cittadinanza è stato vittima di se stesso, ossia di una normativa istitutiva lacunosa sui controlli e poco efficace nella incentivazione dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, e tra offerta formativa e beneficiari del sussidio. Questo ha portato, nonostante le sanzioni previste a livello teorico, a una esplosione del fenomeno dell’occupazione sommersa, pur di non perdere il sostegno monetario statale che rimaneva confermato anche dopo la mancata accettazione di più di una proposta lavorativa.

Inoltre, alcuni criteri di assegnazione hanno finito con il creare situazioni conflittuali tra i lavoratori di piccole aziende in crisi, esclusi dagli ammortizzatori sociali e impossibilitati nell’immediato ad accedere al RDC, e coloro che invece riuscivano a ottenerlo a norma di legge poiché privi di una precedente occupazione formale.

Il RDC ha rappresentato una clamorosa occasione mancata per allineare l’Italia alle più moderne e mature democrazie economiche occidentali, dalla Germania agli Stati Uniti d’America, che prevedono strumenti di sostegno universale al reddito in caso di disoccupazione involontaria e di accompagnamento in ogni fase transitoria fra un’occupazione precedente e un successivo corso formativo professionalizzante o posto di lavoro.

Questo per un motivo molto semplice: perché, all’origine di tutto, non sono stati risolti i cronici fattori di rigidità e di squilibrio sistemico, tipici dell’Italia e che rendono patologicamente onerosa la mobilità territoriale, inaccessibile il mercato degli affitti, sempre più derogabile il ricorso alla contrattazione nazionale collettiva a parità di qualifica.

Date queste premesse, il governo Meloni si è dato un obiettivo ambizioso, l’ennesimo, che al pari dei precedenti rischia di non venire centrato: ristrutturare il sistema dell’avviamento e del reinserimento al lavoro, rendendolo inseparabile dall’istruzione professionale e dal diritto a ricevere a fine corso almeno un’offerta di lavoro.

Peccato però che siamo oramai praticamente alla fine di gennaio, e alla fine di luglio inizierà una fase nel segno dell’incognita e della necessità, per lo stesso Governo, di capire – specialmente dopo una pandemia e una economia di guerra – che cosa succederà con il ritorno alla situazione preesistente al 2019, ossia previgente alla introduzione del RDC per circa 440.000 famiglie e 700.000 persone.

L’Italia, prima dell’istituzione del RDC, aveva sempre basato il proprio sistema di protezione sociale partendo dal presupposto di una Nazione plasmata su due “miracoli industriali”, negli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso, per effetto dei quali i sussidi erano concentrati su chi, occupato, perdeva quote di reddito a seguito di un calo delle attività del proprio luogo di lavoro, fabbrica o ufficio che fosse. Conseguentemente, laddove l’occupazione non poteva più essere in pieno garantita, scattava l’accompagnamento verso la mitica pensione retributiva di anzianità.

Cosicché il welfare non contemplava, caso unico nell’intero occidente, alcuno strumento a sostegno di chi ancora doveva per la prima volta inserirsi nel mercato del lavoro, poiché tanto nel frattempo avrebbero provveduto i padri e i nonni.

Questo paradigma ha iniziato a entrare in crisi dopo la tempesta valutaria della seconda parte del 1992, e dopo le riforme previdenziali di Amato e di Dini che per la prima volta introducevano i concetti di pensione contributiva, previdenza integrativa e innalzamento dell’età pensionistica.

Nel 1997, il mercato del lavoro italiano subì il primo massivo intervento di precarizzazione con il cosiddetto pacchetto Treu, dal nome del ministro del lavoro del primo Governo Prodi, che agiva in senso strutturale sulla flessibilità ma non metteva parola né risorse sul tema di ammortizzatori sociali da adattare a un contesto totalmente diverso dal precedente.

Lo stesso criterio parziale venne seguito dal successivo governo Berlusconi con la legge Biagi Maroni, la quale sebbene stabilisse una delega a rivedere i sistemi di protezione e sostegno al reddito rimase sullo specifico punto priva di attuazione.

Nel frattempo, da una revisione previdenziale all’altra, culminata 11 anni fa con la legge Fornero, lavoratori, pensionandi e pensionati iniziavano a fare i conti con il fenomeno dell’occupazione e della vecchiaia povera, e allora iniziò a farsi strada la necessità di abbinare la graduale venuta meno del posto fisso a una estensione delle coperture finanziarie per un welfare dinamico e di transizione da un’occupazione all’altra.

Fino ad arrivare alla decisione del governo Gentiloni nel 2017 di istituire in via sperimentale il Rei, ossia il reddito di inclusione, in pratica l’antesignano del reddito di cittadinanza.
Tanto che i detrattori del sussidio caro ai grillini hanno sostenuto e continuano a sostenere che sarebbe stato sufficiente potenziare il Rei anziché rottamarlo in maniera prematura, e a sperimentazione ancora in corso, con il RDC.

Su quest’ultimo, proprio in ragione delle lacune relative ai controlli e al tempestivo mancato coordinamento con i servizi alla formazione e all’impiego, si sono abbattuti i fulmini di una lunga serie di scandali e di abusi, caratteristici di un Paese nel quale l’economia sommersa portava l’evasore totale o il pluri-pregiudicato a ricevere il reddito di cittadinanza esibendo un’auto di lusso, oppure – in analogia a quanto già avveniva per le pensioni sociali – cittadini non più residenti in Italia a beneficiare del RDC.
Casi purtroppo non isolati, e che si sono tradotti in molte decine di milioni di euro che sono state distolte dalle finalità originarie e che molto difficilmente potranno essere recuperate dall’Erario.

Arriviamo quindi all’oggi.
Il governo Meloni, la Ministra del welfare Marina Calderone e il suo sottosegretario Durigon hanno 5 mesi netti di tempo per riorganizzare un sistema di servizi che trasformino la occupabilità in occupazione a beneficio di 700.000 persone, di cui oltre la metà, cioè 364.000, di età tra i 18 e i 29 anni, 11.000 senza alcun titolo o con sola licenza elementare e addirittura 129.000 con la sola licenza media.
Esistono in Italia, da qui a fine luglio, gli strumenti per mettere a disposizione i primi 364.000 posti di lavoro, di cui almeno 140.000 a bassa o bassissima specializzazione?

Inoltre, dal momento che si parla del proposito di messa a punto di un prossimo futuribile strumento universale di sostegno al reddito ma solo a decorrere dal prossimo primo gennaio, che cosa accadrà nel periodo tra agosto e dicembre? Saranno i Comuni e le Regioni a dover individuare delle coperture a bilancio aumentando ulteriormente le tasse a dipendenti e pensionati che sono la sola fonte di welfare rimasta?

La nostra impressione, di fronte a una Unione Europea che potrebbe sollevare il caso di un welfare italiano incapace di risolvere il tema della povertà e del lavoro povero che incentiva quello sommerso, è che a luglio assisteremo a un ennesimo “indietro tutta” dopo i casi del POS, in parte del tetto al contante, del decreto benzinai, della ratifica della riforma del Mes (in attesa di vedere magari utilizzato quello sanitario indispensabile per impedire il fallimento tecnico del SSN).

La Germania e gli Stati Uniti d’America ci insegnano da decenni come integrare i redditi di inoccupati e disoccupati involontari evitando gli abusi: un minore tasso di provincialismo nella politica nostrana aiuterebbe a utilizzare un po’ meno la retromarcia (fatta spesso senza specchietto retrovisore).

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