Mes, rischio beffa: Roma dovrà ratificarlo, ma intanto ha perso i 37 miliardi agevolati per la sanità

Non c’è pace a palazzo Chigi: dopo la vicenda del mancato rinnovo dello sconto fiscale sui carburanti, sconto fiscale che di fatto si allineava a un impegno programmatico scritto di Fratelli d’Italia per le elezioni parlamentari dello scorso 25 settembre vinte da Giorgia Meloni, adesso torna a rimbalzare, tra le stanze della presidenza del Consiglio dei Ministri, la palla del Mes.

Il meccanismo europeo di stabilità, un tempo detto fondo salva Stati, lo strumento finanziario di solidarietà continentale dell’eurozona che avrebbe dovuto svolgere in maniera più mirata la stessa funzione del fondo monetario internazionale, dopo le tristemente note vicende greche di una decina di anni fa fu al centro di un processo riformatore conclusosi nel 2020 e culminato con le ratifiche parlamentari da parte dei vari Stati dell’area della moneta unica.

Fino a un mese fa, all’appello mancavano la Germania e l’Italia: la prima per un ricorso di legittimità costituzionale che l’alta Corte di Berlino ha risolto a favore del via libera alla ratifica del trattato di riforma del meccanismo quindi promulgato dal presidente della Repubblica federale; la seconda, cioè il nostro Paese, perché durante il precedente Governo Draghi Lega e 5 stelle avevano colto l’occasione del ricorso pendente in terra tedesca per rinviare il più possibile il recepimento nel nostro ordinamento.

Adesso però il dado è tratto, e a poco sono valse le dichiarazioni del ministro delle finanze, Giancarlo Giorgetti, per sollecitare una ulteriore modifica al trattato nel senso di aggiornare il Mes al nuovo scenario emergenziale post pandemico, bellico, energetico e inflazionistico.

La visita a Roma della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il colloquio che questa ha avuto con la Premier Giorgia Meloni, e il contestuale dialogo aperto tra lo stesso Giorgetti e il presidente dell’eurogruppo Paschal Donohe, sempre nella capitale italiana, sembrano aver messo la parola fine ai non pochi dubbi residui che permanevano tra i dirigenti della coalizione di destra centro subentrata a Draghi nella guida del Paese.

Dunque, in una fase decisiva per lo stato di avanzamento del Pnrr e per il negoziato, sempre a Bruxelles, su un’altra riforma molto utile al governo Meloni per arginare i sempre più estesi focolai domestici di crisi economica e sociale – ossia la revisione in senso più espansivo e meno vincolante degli aiuti statali concedibili -, la maggioranza controllata da Fratelli d’Italia non pare intenzionata a un confronto ostile con i vertici della UE.

Motivo per cui, con quasi certezza, il Mes verrà calendarizzato sia alla Camera che al Senato per il procedimento di ratifica. Del resto, l’Italia vi partecipa con una dote già versata di 14 miliardi (su 122 che teoricamente rappresentano la sua quota percentuale di partecipazione al fondo salva Stati), e in ogni caso la stessa Presidente del Consiglio ha ribadito a reti e social media unificati che, anche in caso di ratifica, mai avrebbe fatto ricorso o ricorrerà alle relative linee di finanziamento a trattato vigente. Inoltre, è l’altro ragionamento infine più realistico svolto a palazzo Chigi, una volta definitivamente ratificato, sul Mes si potrebbe aprire un dibattito europeo per utilizzare quelle decine di miliardi di euro con meccanismi meno vocati all’austerità e al rigore.

Però, e qui arriva la beffa, quest’ultima opzione sarebbe già stata possibile, soltanto che è scaduta (ma anche no) il 31 dicembre scorso allo scoccare dei botti di Capodanno: essa era rappresentata dalla linea di prestito esclusivamente finalizzata al contrasto delle conseguenze disastrose della prima e seconda ondata pandemica, e metteva a disposizione dell’Italia 37 miliardi di euro, pari al 2 per cento del prodotto interno lordo, con il solo vincolo a utilizzare tale somma per il rafforzamento dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta, e nella forma di un finanziamento coperto da una emissione speciale di titoli del debito pubblico a un tasso lordo inferiore all’uno per cento.

Come ha spiegato il responsabile del settore politiche fiscali del terzo polo di Carlo Calenda, Luigi Marattin, con tali fondi sarebbe stato possibile ammodernare l’intera rete dei pronto soccorso nazionale, valorizzando quindi la medicina territoriale e salvando molti ospedali dal rischio dismissione, e risolvere strutturalmente, con soluzioni edilizie e tecnologiche, il problema dei rincari delle bollette di luce e gas per cui non bastano i due miliardi (un sesto dei maggiori costi energetici del settore stimati per quest’anno) stanziati in più per il fondo sanità presso il ministero della salute.

Marattin ha anche spiegato il motivo per cui gli altri Stati dell’eurozona non hanno utilizzato la linea di credito sanitaria istituita dalla commissione von der Leyen nel 2020: perché i rendimenti dei loro titoli di Stato a lunga scadenza erano così bassi da essere concorrenziali con le condizioni agevolate del Mes, mentre l’Italia era il Paese che più ne avrebbe tratto giovamento nel bilancio pubblico.

Attenzione però, esiste un punto, alla fine dei regolamento sul funzionamento del Mes sanità, che espressamente dice: “La linea di credito sarà disponibile fino alla fine del 2022. Questo periodo potrebbe essere modificato in caso di necessità, tenendo in considerazione l’evoluzione della crisi”.

Non tutto è quindi andato… a fondo? Vedremo nelle prossime settimane quando dovremo fare tutti i conti con un altro Capodanno, quello cinese.

Il direttore editoriale Alessandro Zorgniotti

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