Benzina, torna l’accisa fisarmonica in caso di nuovi rincari: finanziata col fiscal drag

Dopo i giorni in assoluto più difficili per il governo e per la Premier – dalla data del suo insediamento a oggi – viene ripreso in considerazione il meccanismo che fu introdotto 16 anni fa dal secondo esecutivo di centrosinistra a guida Prodi, e che verrà messo in funzione in caso di superamento della soglia psicologica dei due euro al litro.


Tanto è tuonato, in termini polemici, che alla fine in tema di carburanti sono piovuti nuovi provvedimenti da palazzo Chigi. Provvedimenti che vanno oltre la semplice tecnica della persuasione morale nei confronti di una non bene o meglio identificata speculazione, ma che tornano a parlare di risorse da assegnare al capitolo della rimodulazione sostenibile delle accise.

Sulle quali la maggioranza di destra centro, scaturita dalle urne anticipate dello scorso 25 settembre, ha vissuto in presa diretta il primo vero sbandamento dall’avvio della propria esperienza governativa, a causa di una serie di palesi contraddizioni tra quanto dichiarato dalla Premier e quanto scritto nel programma di Fratelli d’Italia e poi vanificato con la prima legge finanziaria dalla scelta di non prorogare la validità dello sconto fiscale temporaneo introdotto da Mario Draghi.

Nulla di nuovo, per carità: semmai sarà riattivato un antico meccanismo, tuttora formalmente in vigore, che prevede l’adeguamento automatico al ribasso dell’odiata imposta nel caso di superamento di un determinato livello di prezzo tale da mettere a rischio il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle merci trasportate su gomma.

Per finanziare la rimodulazione delle accise verrà reintrodotto il fiscal drag, vale a dire il drenaggio fiscale corrispondente al maggior gettito, in questo caso della sola IVA, derivante dall’aumento dei listini al dettaglio: esattamente ciò che, con l’approvazione della nota di aggiornamento al documento di economia e finanza dello scorso autunno, era stato di fatto abolito con una clausola che stabiliva che tali incassi erariali andassero annoverati fra la entrate ordinarie correnti.

In parallelo, e per stabilire un ordine di priorità sociali nella decisione di ridurre, in maniera diretta o indiretta, la pressione fiscale su chi fa il pieno di carburante, il consiglio dei ministri ha stabilito la validità sino a fine anno della detassazione dei buoni benzina fino a un valore di 200 euro per ogni dipendente, il quale ricevendo gli stessi non vedrà aumentata per la cifra corrispondente la propria base imponibile Irpef. Certamente si tratta di un importo assolutamente insufficiente, e che sui media tragitti basta a coprire a malapena un mese di pendolarismo.

Il tema però è un altro, e registra un grande assente: il trasporto pubblico locale. Nulla viene detto, infatti, a proposito di bus, treni, tram e metropolitane che a inizio anno, per effetto di decisioni assunte da aziende cosiddette partecipate o municipalizzate (in quanto controllate da amministrazioni regionali o comunali), hanno subito un rincaro allineato ai maggiori tassi di inflazione.
Se la defiscalizzazione della benzina per utilizzo privato può sollevare questioni di sostenibilità non solo per le finanze pubbliche ma pure per l’ambiente, allora l’alternativa deve essere l’adeguamento del parco dei veicoli di linea per il trasporto pendolare, l’aumento delle corse e uno sconto incentivante sui ticket: ma di ciò non vi è traccia.

Così come continua a rimanere escluso dai benefici del bonus bollette l’intero segmento del ceto medio, poiché l’aumento della soglia ISEE per fruirne, da 12.000 a 15.000 euro annui, favorisce un approccio eccessivamente pauperista e in alternativa al quale – come per esempio deliberato dalla vicina Repubblica d’Albania – il Governo Meloni avrebbe dovuto procedere con il sistema degli scaglioni di consumi mensili per chilowattora o metri cubi, poiché questi sono i migliori indicatori del tenore di vita di un nucleo familiare. Con l’adozione di un simile criterio, la stessa spesa totale di 20 miliardi, destinata dal governo Meloni all’emergenza dei rincari in bolletta, avrebbe potuto beneficiare quella fascia di redditi fissi, compresa tra i 20.000 e i 35.000 euro annui lordi, su cui grava la gran parte del gettito Irpef ma che rimane estromessa da ogni tipo di agevolazione.

Per intanto, sebbene Giorgia Meloni intenda fare di tutto per evitarlo, lo sciopero delle stazioni di servizio, indetto dalle associazioni di categoria dei benzinai per il 25 e 26 febbraio, rimane confermato, e trova il sostegno altresì delle organizzazioni di rappresentanza dei petrolieri, tutte sigle che si sono ritrovate unite contro la chiave di lettura di palazzo Chigi completamente incentrata, in un primo tempo, sulla narrazione della speculazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...