Benzina super… nei rincari. E la manovra del governo negherà anche il fiscal drag

È polemica dopo le dichiarazioni del ministro Pichetto sui maxi aumenti scattati a carico degli automobilisti nelle stazioni di servizio dopo Capodanno. Al momento il governo esclude un ritorno agli sconti fiscali di Draghi ma promette l’intervento della Guardia di Finanza e del garante nazionale dei prezzi. Nessun revival della riduzione delle accise sui carburanti, almeno per adesso; anche perché una disposizione contenuta nella nota di aggiornamento al documento di programmazione economica e finanziaria ha introdotto un meccanismo volto, di fatto, a escludere il sistema di restituzione del fiscal drag o drenaggio fiscale ai contribuenti.


Di contro, il Governo Meloni annuncia che schiererà in campo la Guardia di Finanza e il garante nazionale per la vigilanza sui prezzi, in gergo mister prezzi, organismo monocratico istituito presso il ministero dell’industria e del made in Italy e che ha sostituito il rimpianto Comitato interministeriale prezzi della prima Repubblica.

Decisamente poco di fronte a una spirale di rincari che ha allarmato le associazioni di categoria e dei consumatori e che ha letteralmente infiammato lo scontro tra il ministro Gilberto Pichetto Fratin e l’Associazione dei petrolieri: i quali si sono affrettati a precisare che la benzina e il gasolio a due euro e mezzo al litro sono il frutto non di sedicenti movimenti speculativi internazionali, quelli astrattamente additati da Pichetto, ma piuttosto della scelta politica di non rinnovare lo sconto varato nello scorso marzo dal precedente governo Draghi e decaduto in due fasi dopo l’arrivo di Giorgia Meloni a palazzo Chigi.

Esistono delle tabelle, messe a disposizione dalle organizzazioni rappresentative dei benzinai e dei produttori di carburanti, che indicano una quasi perfetta correlazione tra le quotazioni del petrolio greggio e i prezzi al consumo del prodotto raffinato servito dai distributori al dettaglio. Pertanto, la differenza in aumento è esclusivamente dovuta al ritorno delle accise ai livelli di imposizione prima degli sconti introdotti da Draghi.

Che il nuovo esecutivo intenda puntare su misure di carattere soltanto amministrativo, lo si evince dalla stessa decisione assunta dalla maggioranza di destra centro in sede di approvazione dell’ultima nota di aggiornamento al documento di economia e finanza: gli introiti derivanti dall’applicazione delle imposte e tasse sulla maggiore base imponibile – listini o redditi – innescata dall’inflazione, non saranno più classificati come gettito extra bensì come entrate acquisite in linea tendenziale, quindi alla stregua di introiti correnti e ordinari.

In tal modo, viene bypassata la possibilità prevista dalla legge che stabilisce che il fiscal drag, o drenaggio fiscale, debba essere successivamente restituito al contribuente penalizzato. Questa eventualità viene preclusa da adesso in avanti. A rilevare questo particolare, passato quasi sotto silenzio, è stata la stessa Confindustria di Carlo Bonomi.

Sorge spontanea una questione: se obiettivo del governo è impedire che la spesa pubblica vada a sussidiare in modo indifferenziato le fonti fossili, perché non stabilire una volta per tutte che l’imposizione fiscale sui carburanti delle stazioni di servizio venga per la gran parte destinata alla modernizzazione e al potenziamento del trasporto pubblico locale oggi oneroso e disagevole? E perché, dal momento che l’obiezione sollevata contro il provvedimento di Mario Draghi era che lo sconto favoriva in misura maggiore i possessori di autoveicoli lussuosi, non si introduce un meccanismo che consenta ai redditi familiari fissi di portare in detrazione Irpef una quota della spesa certificata per la benzina o il gasolio acquistato per finalità pendolari?

Si tratta di quesiti di assoluto buon senso ai quali una risposta politica è doverosa.

Il direttore editoriale Alessandro Zorgniotti

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