PNRR, i Comuni scoprono la grana delle rendicontazioni: ignorata da ben tre governi

Si moltiplicano gli allarmi lanciati al Governo dalle associazioni che riuniscono e rappresentano gli enti locali: le disposizioni varate dall’ex Premier Draghi, sebbene prevedano rinforzi sul piano del personale tecnico da impiegare nello specifico dei singoli progetti ammessi a bando, evidenziano tuttora delle contraddittorietà a cui il nuovo Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro delegato Raffaele Fitto non hanno posto rimedio.


Cosicché perfino all’interno di una stessa regione si registrano delle sperequazioni abissali tra aree provinciali diverse, con evidenti penalizzazioni di fatto per le zone a maggiore incidenza di piccoli e piccolissimi Comuni. Proprio di recente è balzato alle cronache il caso dell’Emilia Romagna, con la macro area emiliana che è riuscita ad aggiudicarsi il 90 per cento delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, a valere su diversi capitoli come la transizione digitale, a fronte di un contesto romagnolo rimasto in posizione residuale.

La “Caporetto” riguarda in misura lampante la galassia delle municipalità al di sotto delle soglie demografiche dei cinquemila e dei mille abitanti. Sono quasi 2200 le amministrazioni cittadine che risultano non destinatarie e quindi non attuatrici di interventi ex Pnrr al di fuori dei fondi ricadenti sotto la giurisdizione del ministero dell’interno: di queste, quasi nove su dieci hanno una popolazione che non arriva a 5000 abitanti.

Relativamente ai municipi con meno di mille abitanti, quasi uno ogni due non è riuscito ad accedere ai finanziamenti del recovery plan. Il nodo è quello della rendicontazione, un aspetto che nessuno dei governi susseguitisi dal Conte due al Meloni uno, passando per Draghi, ha soppesato adeguatamente: eppure si trattava di un aspetto centrale, da negoziare con la stessa intensità di impegno dedicata alla trattativa sugli aspetti quantitativi e monetari degli aiuti da fare giungere al nostro Paese.
Invece è stato sottovalutato un risvolto dalle conseguenze molto impattanti e che rischia di mettere un’ipoteca pesante sulla complessiva economia del recovery plan.

Sono sempre più numerosi, da Nord a Sud – l’area del Paese che in teoria sarebbe destinataria del 40 per cento dei fondi a carattere non territoriale – i sindaci che, personalmente o tramite l’associazione Anci, chiedono a Meloni e Fitto che si corra ai ripari con disposizioni che assegnino maggiori competenze alle unioni intercomunali e alle tanto (nel passato) demonizzate Province. Competenze che riguardino non solo il semplice coordinamento, ma la gestione esecutiva e la riepilogazione contabile a norma UE dei passaggi che scandiscono ogni singolo progetto messo a bando: ciò che rimane un nevralgico anello mancante.

A oggi, anche se una iniziativa, per accedere a un fondo territoriale in qualsiasi settore di competenza del Pnrr, viene promossa da una Unione di comuni, tocca poi a ciascuno di questi ultimi procedere a rendicontare. Una vicenda paradossale, e che conferma come la forma procedurale possa tramutarsi in una perdita economico finanziaria netta sostanziale.

Nel frattempo, il ministro Raffaele Fitto tiene a rassicurare i potenziali e attuali beneficiari dei fondi europei stanziati per la fase post pandemica: la prospettiva non è quella delle singole scadenze ma quella dell’intera legislatura (che teoricamente dovrebbe concludersi nel 2027), e semmai – secondo il rappresentante del governo Meloni – il vero tema è quello di evitare che si creino eccessive sovrapposizioni tra le risorse del Pnrr e quelle previste dalle altre tipologie di programmi e fondi strutturali stanziati e assegnati da Bruxelles.

Gli amministratori locali, tuttavia, rilanciano il problema e chiedono che sia impressa una accelerazione rendendo finanziabili, per esempio, i progetti già validati da precedenti graduatorie e rientranti nei medesimi settori beneficiati dal Pnrr. Per evitare che a essere rendicontato sia l’ennesimo fallimento all’italiana.

L’editoriale di AZ

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