Nuova legge di stabilità: ma esiste veramente un “Meloni-fare” o Welfare di destra sociale?

Mentre sono in corso a Roma le celebrazioni per il primo decennale di Fratelli d’Italia, nel Paese reale avanzano non soldi ma dubbi: ma il “Meloni-fare”, ossia il welfare della destra sociale italiana, esiste proprio? Oppure, con il pretesto di una lotta, giusta, all’assistenzialismo che beneficia chi non lo merita (evasori, pregiudicati, non residenti), si punta in maniera non dichiarata a tagliare l’assistenza?


Va premesso un punto: in Italia il modello assistenziale ha il grave difetto di essere un modello pauperistico. In altre parole, non punta a favorire la fuoriuscita dalla condizione di povertà assoluta e relativa, ma mira a sussidiare chi rientra in una soglia reddituale (o mista reddituale patrimoniale) al di sotto dello scaglione intermedio a cui appartengono gli operai qualificati o i quadri amministrativi. Ciò si realizza tuttavia senza promuovere l’emancipazione della prima categoria e accrescendo i costi diretti e indiretti a carico della seconda.

Il risultato è che in Italia è sempre mancata, negli ultimi trent’anni, una politica volta a prevenire lo scivolamento verso l’area della povertà. E adesso i nodi di ciò stanno arrivando al pettine: la annunciata cancellazione del reddito di cittadinanza e del collegato fondo per gli affitti, a partire dal prossimo mese di settembre, basta già a dire che – in un’Italia a crescita zero – le persone private non dell’assistenzialismo ma della mera assistenza saranno oltre 500.000 in più.

Se da queste sottraiamo i non aventi diritto, i pluri pregiudicati, i non residenti, i finti nullatenenti, i restanti rimangono alcune centinaia di migliaia; che fra nove mesi potranno contare solo più sulla benevolenza della congiuntura internazionale o delle politiche comunali e regionali. Come quella di Regione Lombardia la cui Giunta presieduta da Attilio Fontana (egli stesso a capo di una amministrazione di centrodestra e candidato alla piena riconferma elettorale nel prossimo febbraio) ha istituito un fondo affitti che prevede, in forma innovativa, il versamento di un certo numero di mensilità, di canone non corrisposto dall’inquilino, direttamente non a quest’ultimo ma al locatore, ossia al proprietario dell’immobile locato. Una modalità per responsabilizzare l’affittuario in buona fede e per ristorare il titolare dell’unità immobiliare dove si è manifestata l’insolvenza.

Va detto tuttavia che non tutte le Regioni italiane hanno la capacità fiscale di enti come Lombardia, Veneto o Emilia Romagna. Una Regione come il Piemonte, per esempio, molto difficilmente potrebbe mettere a bilancio un provvedimento del genere, sebbene nel capoluogo torinese la situazione sia parificabile a quella del Mezzogiorno d’Italia.

Le più recenti rilevazioni statistiche confermano che, nella contingenza attuale, dopo le batoste inferte dal covid e dall’inflazione bellica, soltanto il 23 per cento della popolazione residente può dirsi veramente benestante, e paradossalmente tale incidenza sul totale appare in aumento rispetto all’era precedente lo scoppio della pandemia. Una buona notizia quindi? Non del tutto, perché a essa corrisponde un maggiore livello di sofferenza degli strati intermedi e delle categorie più disagiate, che non possono in alcun modo più ambire a risalire la graduatoria del benessere.

Nello specifico, la previsione che nel corso del 2023 in Italia il numero degli indigenti salirà sopra il livello di guardia dei 6 milioni, è confermativo delle circostanza che il taglio lineare dell’assistenzialismo sarà tale, con la finanziaria Meloni, da tagliare ogni modello di welfare responsabilizzante, di workfare o di incentivo al reinserimento. Anche perché, del tutto onestamente, è impensabile che la Ministra Marina Calderone possa da gennaio a luglio riformare i centri per l’impiego rendendoli agenzie puntuali nel sostegno all’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Quindi quanto era sostenuto alla vigilia del varo della prima manovra economica targata Meloni trova conferma nelle proiezioni statistiche: la legge di stabilità basterà a malapena, come budget, per ammissione dello stesso Ministro alle finanze Giancarlo Giorgetti, a coprire il primo quadrimestre del 2023. Dopo di che, rimarranno in piedi i residui di bilancio di alcuni strumenti di calmierazione sociale per poi arrivare a quello che potrebbe essere uno degli autunni più difficili della storia repubblicana del nostro Paese.

Finché c’è guerra c’è speranza, titolava un famoso film di Alberto Sordi: speranza forse di addossare al quadro esogeno responsabilità anche proprie forse. Nel nostro caso la speranza è che si arrivi a livello internazionale a un armistizio delle ostilità belliche e speculative, per evitare la guerra sociale tra le mura di casa.

Il direttore editoriale Alessandro Zorgniotti

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