Mes e punto: c’è un giudice a Berlino che ci impone il “Salva Stati”

La decisione della Corte costituzionale della Germania federale, relativa al mancato accoglimento delle obiezioni di presunta illegittimità del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, apre la via alla fase di ratifica e promulgazione dello stesso da parte del Capo dello Stato Franz Walter Steinmeier. A quel punto, la parola passerà al Parlamento italiano: lo stesso che due settimane fa, con un ordine del giorno approvato a maggioranza dalla Camera dei deputati, ha invitato il Governo Meloni a non dare seguito alla procedura di recepimento del fondo salva Stati all’interno del nostro ordinamento. L’ordine del giorno stabilisce che ogni eventuale iniziativa dovesse essere subordinata all’esito della decisione dell’alta magistratura tedesca.


E così è avvenuto. Il meccanismo europeo di stabilità è stato giudicato compatibile con i principi e i criteri direttivi della Costituzione della Germania federale, poiché non lede i fondamenti della sovranità e dell’autodeterminazione, e comunque gli autori del ricorso originario – un gruppo di deputati di area liberale – non sono stati considerati sufficientemente esaustivi nella esplicazione delle proprie ragioni e nella sottolineatura dei rischi di limitazione alle prerogative nazionali.

L’atto comunitario in questione consiste, per la precisione, nel provvedimento di riforma del Mes, un meccanismo che esiste e vige fin dal 2012 e che viene collegato alla vicenda del drastico risanamento delle finanze pubbliche della Grecia.

Il fondo salva Stati è un organismo intergovernativo la cui funzione, relativamente ai Paesi della cosiddetta zona euro, è paragonabile a quella del Fondo monetario Internazionale: erogare sostegni condizionali alle Nazioni le cui difficoltà di bilancio siano tali da pregiudicare il buon funzionamento non solo delle singole realtà ma dell’intera area continentale che adotta la moneta unica di competenza della BCE.

Esso interviene quando altri strumenti di assistenza finanziaria, a carattere più ordinario, messi a disposizione dalla Commissione e dalla BCE, si siano rivelati non sufficienti a fronteggiare l’emergenza dei conti pubblici del Paese in difficoltà. Deve essere allora quest’ultimo a formulare una richiesta di intervento che dovrà essere vagliata dall’organo direttivo e deliberante del meccanismo a maggioranza qualificata di almeno l’ottantacinque per cento dei voti assegnati.

Il Mes ha una dote sottoscritta di 500 miliardi di euro espressi in quote che vengono sottoscritte dagli Stati firmatari in percentuale al livello del prodotto interno lordo di ciascuno; secondo tale parametro, i primi tre azionisti del fondo sono Germania, Francia e Italia. Il capitale versato non è però pari a quello sottoscritto, tanto che il nostro Paese ha conferito quote per un valore pari a poco più di 14 miliardi a fronte di 122 miliardi teorici. Altro aspetto interessante, le quote sono sottoscritte attraverso l’emissione di titoli del debito pubblico che devono rispondere a precisi requisiti fissati dal ministero dell’economia e delle finanze.

Questo significa che sui BTP, emessi al fine di acquisire le quote del fondo, il nostro Stato versa i relativi interessi, però ha diritto alla corrispondente quota di utili maturati sulle attività di gestione e investimento del Mes.

Nella circostanza in cui uno Stato della zona euro richieda l’aiuto del meccanismo europeo di stabilità, la relativa assistenza monetaria non verrà erogata direttamente dallo stesso: non sarà cioè eroso il patrimonio creato attraverso i conferimenti. Questo, invece, sarà portato a garanzia dal Mes sui mercati internazionali dei capitali con l’obiettivo di reperire i necessari finanziamenti per il tramite dell’emissione di titoli obbligazionari specifici. A quel punto, lo Stato richiedente dovrà sottoscrivere un memorandum di condizionalità che, in base all’entità e alle caratteristiche dell’assistenza, potrà prevedere diversi livelli di adempimento, fino alla ristrutturazione vera e propria del debito pubblico al fine di ricondurre il medesimo alla sostenibilità.

La riforma del Mes, elaborata nel 2020, prevede che la capacità di intervento sia estesa al settore bancario e ciò, per l’Italia, non è un aspetto di piccolo conto se si considera che – come è stato ricordato in più occasioni dal Presidente dell’associazione ABI Antonio Patuelli – gli istituti di credito del nostro Paese detengono titoli obbligazionari statali per 550 miliardi di euro, in pratica quasi un quarto del totale del debito pubblico lievitato soprattutto dopo lo shock pandemico del 2020-21.

Lo statuto interno del Mes, pur controverso, è tale comunque, se ben gestito, da tutelare il nostro interesse nazionale: l’Italia infatti, in quanto terzo azionista di riferimento del Fondo, potrà sempre opporre il proprio veto e impedire che si formi la prescritta maggioranza qualificata dell’ottantacinque per cento.

Deve essere precisato che, dal 2012 a oggi, il Mes non è più quello della versione greca o cipriota: tanto che in occasione della prima ondata di coronavirus all’Italia venne offerto un finanziamento a tassi molto agevolati fino a un massimo di 37 miliardi per riorganizzare e potenziare la propria sanità, ma l’allora governo giallorosso del Conte bis non accettò mai di richiedere quella forma di erogazione, nella paura che le condizioni potessero tornare quelle di austerità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...