Indicizzazione delle pensioni o nuova tela di Penelope? I sindacati: Meloni non giochi alle tre carte

Giorgetti firma il decreto di adeguamento al costo della vita, Calderone fraziona gli scaglioni che fissano le percentuali di rivalutazione. Così le forze sindacali annunciano una mobilitazione e ammoniscono: “Per assegnare un po’ di più ai poveri, si toglie a chi povero rischia di diventarlo”. In paradiso (o all’inferno) rischia di finire nuovamente il ceto medio?

Dal complesso dello specchio non si salva neppure Giorgia Meloni: qualche anno fa, vigente il governo Renzi con Poletti ministro del lavoro e della previdenza, all’indomani della sentenza della corte costituzionale che imponeva il superamento della legge Fornero per la parte relativa al blocco della perequazione degli assegni Inps, la leader di Fratelli d’Italia era in primissima fila nel rivendicare la restituzione della totalità del meccanismo di recupero del potere d’acquisto per i lavoratori in quiescenza, a prescindere dall’importo del reddito pensionistico.

Oggi non è più così, a meno che i corposi gruppi di fratelli d’Italia in Parlamento, alla Camera e al Senato, non decidano, forti dei numeri che li collocano in maggioranza relativa, di disporre diversamente o di innalzare l’asticella dell’importo di base da rivalutare al cento per cento a partire dal primo gennaio 2023 al fine di ricercare l’intesa con le parti sociali e di non fare coincidere la prima legge di stabilità finanziaria del Governo Meloni I con un rischio di instabilità delle piazze.

La priorità dell’esecutivo, soprattutto sulla spinta di Forza Italia, sembra essere quella di una indicizzazione maggiorata delle pensioni minime, che alcuni settori del partito di Berlusconi – in memoria dell’impegno che quest’ultimo iniziò vent’anni fa da Presidente del Consiglio dei Ministri – vorrebbero innalzare fino a 600 euro al mese.

Carmelo Barbagallo segretario generale della UIL pensionati, chiede che il governo non riproponga la politica dei precedenti inquilini di palazzo Chigi volta a monetizzare risparmi di spesa pubblica a esclusivo danno dei percettori di assegni Inps

Ricordiamo che la pensione minima si distingue dalla pensione sociale poiché, mentre la seconda è un sussidio al pari del reddito di cittadinanza (nonché fonte di abusi acclarati dalla Guardia di finanza), la prima è invece ribattezzata “la pensione delle casalinghe”, in quanto frutto di versamenti contributivi volontari all’Inps da parte di coloro che, madri di famiglia, avevano scelto di dedicarsi all’accudimento della casa e dei propri bambini; oppure si tratta di una prestazione previdenziale determinata dal pagamento dei cosiddetti “minimali”, ossia i contributi da versare sulle attività di lavoro autonomo (dall’artigianato individuale alla coltivazione diretta del fondo) fonte di redditi marginali o troppo bassi. In definitiva, uno strumento di welfare pensionistico frutto di compromesso, nobile, tra previdenza e assistenza, ma che necessita del secondo pilastro per potersi sostentare.

I numeri del decreto Giorgetti, ossia la tela iniziale della rivalutazione al 7,3 per cento, comporterebbero, in assenza di scaglioni, una spesa in tre anni pari a 50 miliardi di euro. Ecco allora che, al fine di attenuare l’impatto della stessa, viene recuperata la parabola mitologica (ma per nulla mitica per i pensionati che ci rimetteranno parte dell’adeguamento) della moglie di Penelope: superare gli scaglioni di Conte e di Draghi per introdurne di nuovi, più frazionati e articolati, per diluire l’impatto della perequazione e concentrarla sui redditi medio bassi. Più bassi che medi, verrebbe da dire.

Il dichiarato obiettivo di Meloni è di economizzare poco più di due miliardi nel 2023 e all’incirca 4 miliardi a partire dall’anno successivo. In che modo, è presto detto: la totalità del meccanismo di recupero del potere d’acquisto sarà applicata unicamente agli assegni di importo (lordo) fino a quattro volte l’ammontare della pensione minima, ossia fino a 2100 euro mensili, dai quali devono essere scalate le aliquote Irpef.

Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei deputati e tra i leader dell’ala critica della maggioranza di governo, incalza Giorgia Meloni sulla necessità di elevare a 600 euro mensili l’importo delle pensioni minime. Un provvedimento che andrebbe a beneficiare, dal 2024 ai fini della rivalutazione e indicizzazione, gli assegni contributivi Inps di ammontare superiore per i quali l’adeguamento al costo della vita si calcola sui multipli del minimo

Al di sopra di tale scaglione, la rivalutazione firmata dal ministro Giorgetti si riduce di un quinto, attestandosi al 5,84 per cento – in pratica la metà dell’inflazione reale accertata dall’ISTAT – per gli assegni Inps fino a 5 volte il minimo, ossia di importo mensile non superiore al 2625 euro lordi.

Le soglie successive, altre quattro in totale, portano la perequazione a scendere progressivamente, dal 55 per cento fino al 35 per cento del tasso fissato dal ministero dell’economia e delle finanze con il decreto iniziale che aveva alimentato la speranza di un definitivo accantonamento della legge Fornero e di un ritorno trionfale del sistema a scaglioni del fu governo Prodi.

Molto netto il commento delle organizzazioni sindacali dei lavoratori in quiescenza, in risposta al progetto del Governo Meloni Calderone: “Siamo al gioco delle tre carte – sentenzia Carmelo Barbagallo, segretario generale nazionale della sezione pensionati della UIL – l’esecutivo di palazzo Chigi toglie a chi rischia di diventare povero, o a coloro che saranno i prossimi indigenti, per dare qualcosa in più a chi attualmente povero è già. Una non soluzione che lascia immutato il problema dell’inflazione esponendo allo stesso una fascia sociale più ampia di persone. Chiediamo un confronto serio e positivo con il ministero”.

Il direttore editoriale Alessandro Zorgniotti

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