La classe media può attendere: asticella bassa anche nella prima manovra targata Meloni

Il governo in carica non rinuncia alla tentazione di mescolare le carte, nel rapporto di comunicazione diretta con l’opinione pubblica, parlando di cifre, importi e scaglioni ma omettendo di distinguere tra netto e lordo e guardandosi dall’evidenziare che, all’atto pratico, i benefici tangibili saranno inferiori a quelli annunciati nelle più recenti conferenze stampa.

Un esempio? Le pensioni. Prima il ministro delle finanze, Giancarlo Giorgetti, firma il decreto che ne sancisce la rivalutazione al 7,5 per cento, provvedimento che farebbe pensare al definitivo superamento della legge Fornero per la parte relativa al blocco della perequazione degli assegni Inps introdotta dal primo gennaio 2012 e, di fatto, protrattasi in varia misura nei successivi dieci anni.

Invece no: la proposta della maggioranza uscita dalle urne dello scorso 25 settembre continuerà a far rimanere vigente la regola degli scaglioni, solo un poco più frazionati, per cui il 100 per cento della indicizzazione spetterà soltanto alle prestazioni pensionistiche di importo mensile pari a quattro volte il minimo, ossia 2100 euro lordi che diventano netti meno di 1800 (ma perché nessuno alla conferenza stampa avvenuta a palazzo Chigi ha sollevato questo basilare aspetto?).

Maurizio Leo, vice di Giorgetti alle finanze, sta seguendo la partita di una pace fiscale molto depotenziata rispetto ai desiderata della componente salviniana della coalizione: stralcio solo fino ai mille euro unitari pendenti (capitoli per lo più di competenza dei Comuni come segnalato dai sindaci di Anci), sconto per quanto corposo sulle sole sanzioni e rateizzo quinquennale per gli importi superiori

Al di sopra di questa asticella, e fino a 5 volte il minimo, spetterà invece una integrazione contro il carovita pari all’ottanta per cento della rivalutazione del 7,5 per cento: ossia e detto più schiettamente, gli assegni di poco superiori ai duemila euro netti saranno adeguati al nuovo livello generale dei prezzi per la metà circa dello stesso così come accertato dall’ISTAT più di recente.

Il Governo Meloni ha confermato di avere poche risorse monetarie discrezionali in cassa, e di volere utilizzare la comunicazione come strumento per rassicurare la propria base elettorale almeno fino alla prossima primavera con la speranza che l’inflazione, e l’emergenza da cui essa trae origine, si possano allentare sul piano internazionale e delle tensioni belliche e diplomatiche in atto alle porte dell’Unione Europea e della NATO.

Auspicio senz’altro condiviso idealmente ma poco realistico, e per il quale sarebbe servita una manovra più coraggiosa, che fosse meno compromissoria – quella che sta per approdare in Parlamento si compone di 136 articoli, confermativi del clima dialettico e divisivo dentro la maggioranza – e fosse viceversa nettamente più orientata ai ceti intermedi, autentico ascensore sociale del Paese.

Il che non è. La stessa flat tax, o tassazione piatta, applicata in senso estensivo al lavoro autonomo, con l’aliquota forfettaria fissata al 15 per cento su soglie unitarie di fatturato innalzate a 85.000 euro, oltre a prestare il fianco a possibili futuri giudizi di legittimità costituzionale – a causa della violazione dei principi di uguaglianza sostanziale tra redditi da lavoro di tipologia diversa ma di identico importo imponibile -, è molto meno efficace di quanto non appaia.

Perché? Semplicemente e per ordine di motivazioni, poiché: provoca da un lato parcellizzazione del sistema economico, il suo mancato irrobustimento a livello patrimoniale e organizzativo; e accorda dall’altro la priorità all’opportunismo fiscale e rischia di inflazionare la tendenza all’auto-impiego a fronte della progressiva venuta meno delle opportunità di lavoro dipendente. In pratica: chi ha qualche risparmio da parte, e non riesce a trovare un’occupazione alle dipendenze, potrebbe essere tentato dalla via dell’iniziativa indipendente salvo poi andare incontro a quello che tecnicamente si chiama fallimento di mercato poiché non dispone delle necessarie e opportune competenze manageriali e finanziarie.

Ridimensionata anche la norma “Chinatown” che avrebbe dovuto prevedere l’imposizione del versamento di una cauzione fiscale a carico di chi, cittadino extra UE (spesso di nazionalità cinese o asiatica) apre una partita Iva commerciale salvo poi chiuderla prima della scadenza del biennio di avviamento: tale obbligo scatterà solo nel caso in cui un accertamento fiscale, successivo all’avvio dell’attività, metta in moto meccanismi di allerta

Per non parlare degli aiuti che si sarebbero dovuti accordare contro il rincaro delle bollette: la moratoria delle stesse (ossia la sospensione a vantaggio delle famiglie non solo disagiate che sarebbe dovuta perdurare fino alla conclusione dell’inverno) è sparita, e di contro si è deciso di innalzare di appena tremila euro il paletto dell’ISEE, da 12.000 a 15.000 euro per nucleo familiare, per l’accesso ai bonus contro gli aumenti tariffari.

Non appare pervenuta neppure la previsione di un disaccoppiamento tra il prezzo del gas – sul quale pesano le divisioni all’interno della commissione di Bruxelles e del consiglio dei ministri dell’energia della UE – e il prezzo dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, che tradotto sarebbe la madre di tutte le riforme per avviare nei fatti la diminuzione dell’onere dei consumi di luce che devono essere effettuati da famiglie e imprese e che – svolte tutte le campagne possibili di sensibilizzazione al risparmio – non possono comunque scendere al di sotto di una certa soglia di utilizzo delle utenze.

Inoltre non è ancora comprensibile come il nuovo corso politico amministrativo di palazzo Chigi si voglia muovere con riferimento alla riscrittura – più volte annunciata dal ministro dell’industria Adolfo Urso – della norma sugli extra profitti delle compagnie energetiche e di carburanti: riscrittura più che mai obbligata al fine di renderla applicabile senza più contestazioni da parte dei soggetti passivi interessati e di poter ricavare un polmone di ulteriori dieci miliardi utilizzabili per strumenti addizionali contro i rischi crescenti di scivolamento nell’area della povertà relativa e assoluta.

Sullo sfondo, il cannocchiale degli analisti scorge una legge finanziaria che dichiaratamente utilizza il fondo cassa lasciato in eredità da Mario Draghi, al quale aggiunge sul tavolo verde la puntata di uno scostamento sul deficit statale da realizzare nel corso dei prossimi dodici mesi per portare il totale della manovra di debutto di Giorgia Meloni a 30 miliardi.

L’editoriale di AZ

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