Dio (e i mercati) salvi Lady euro

L’Europa comunitaria si appresta a entrare in una economia di guerra nel peggiore degli scenari. La locomotiva tedesca non ha letteralmente più carbone da ardere nella caldaia necessaria alla trazione della sua poderosa industria, e la venuta meno dell’operatività del Nord stream appare troppo repentina per essere nel breve periodo sostituita da altre infrastrutture di approvvigionamento di idrocarburi o loro sostituti. Le associazioni delle municipalità della Germania federale hanno lanciato l’ipotesi di un drastico razionamento nei consumi elettrici estivi, poiché questo sarebbe il solo modo per recuperare un polmone di energia per una stagione invernale densa di incognite.

In ragione delle strette interdipendenze che esistono tra Berlino e le economie manifatturiere del resto della UE, a partire da quella italiana, appare evidente che o saremo in grado di diversificare fin da adesso i mercati di destinazione delle nostre tecnologie, impianti e macchinari a oggi finalizzati ai produttori finali tedeschi, o entreremo in sofferenza in maniera congiunta, con buona pace delle stime divulgate dal nostro ministro Daniele Franco (il quale non è sempre in sintonia con il collega allo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti sugli scenari italiani che non di rado assomigliano di più ai fondali).

Soprattutto, quanto sta avvenendo è la dichiarazione del fallimento (oppure liquidazione tombale, se vogliamo evitare il primo termine) del modello di tipo intergovernativo sul quale si è sorretta dalla sua fondazione ai giorni nostri, con andatura ogni volta più claudicante, l’impalcatura della comunità poi Unione Europea. Il modello intergovernativo che ha ispirato prima la formazione del Parlamento di Strasburgo (prima della decisione di eleggerlo a suffragio universale diretto) e del Consiglio della Commissione di Bruxelles, e poi lo statuto della Banca centrale europea BCE: tutte Istituzioni perennemente bloccate dall’eterno conflitto di interessi e divergenza di vedute tra il Nord e il Sud del vecchio Continente, un po’ come se in America vi fosse ancora la sindrome della guerra di secessione.

La BCE è radicalmente differente, in termini costituzionali e funzionali, dalla Federal reserve di Washington: prova ne sia che quest’ultima ha già definito da tempo una strategia di contrasto all’inflazione che ha condotto il dollaro a stelle e strisce a conseguire la parità con la moneta unica nostrana Euro.

Che cosa significa ciò? Molto prosaicamente, che sarà un po’ meno conveniente fare i turisti negli States, ma un po’ più vantaggioso esportare oltre Atlantico i nostri prodotti tipici del “made in”. Attenzione, tuttavia: dal momento che si prospetta una nostra maggiore dipendenza dal gas naturale liquido Nord americano, da sottoporre a rigassificazione, ragionevolmente non sarà per noi possibile conseguire alcuna economia di spesa dalla creazione di una alternativa al gas russo. Va inoltre ricordato che già ora il nostro Paese, e non solo l’Italia, per il grano acquista quantitativi rilevanti non dall’Ucraina bensì dall’America settentrionale.

Questo mentre la Banca centrale di Francoforte temporeggia nell’adottare decisioni che vengono puntualmente anticipate, in senso peggiorativo per i risparmiatori e gli investitori, dagli analisti finanziari attivi sui mercati che decidono i tassi di cambio euro dollaro e gli andamenti degli spread nella zona macroregionale di vigenza della moneta unica.

Probabilmente nell’ultima decade di luglio sarà deliberato l’aumento del tasso di riferimento della BCE, ma in un contesto in cui esso si rivelerà uno scudo sollevato da realtà economiche già più volte colpite, se non trafitte, dalle scelte dei detentori massivi di titoli sovrani di monetizzare o non rinnovare questi o quelli al fine di negoziare rendimenti più elevati.
Le manovre adottate da Draghi, quando questi era a capo della BCE, hanno avuto quanto meno il merito di iniettare liquidità, se non alle famiglie e alle imprese, comunque alle banche che usavano il surplus di liquidità per acquistare obbligazioni statali e tenere così sotto controllo lo spread.

Con il quantitative easing, l’acquirente finale è diventata la stessa BCE, ma in assenza di condizionalità i singoli governi nazionali hanno utilizzato i risparmi di spesa sul servizio del debito pubblico per finanziare provvedimenti puramente assistenziali e incuranti dell’esigenza di uno slancio da imprimere alla produttività e all’ampliamento della partecipazione al proprio mercato del lavoro.

La BCE aveva due missioni: stabilizzare l’inflazione per difendere il potere d’acquisto della ricchezza monetaria, del risparmio diffuso, dei salari e dei profitti aziendali; e mettere a disposizione dell’Europa una moneta unica e forte, in grado di assorbire gli shock esterni, derivanti dalle importazioni, e di attrarre capitali esteri nei settori dove maggiore era la nostra debolezza e dipendenza da fattori esogeni, fonti energetiche in primis.

Adesso abbiamo un livello generale dei prezzi che in autunno rischia di raggiungere le fatidiche due cifre percentuali, e un euro né troppo forte per assorbire l’inflazione da offerta, né troppo debole per permetterci di puntare esclusivamente sulle esportazioni (le quali dipendono dalla produzione di industrie che in molti settori merceologici minacciano di sospendere l’attività di fabbriche e officine in estate).

Alcuni analisti sostengono che il dollaro dovrebbe rafforzarsi fino a raggiungere un tasso di cambio con l’euro per cui quest’ultimo valga 0,65: in teoria, potrebbe essere una benedizione per esportazioni e turismo, in pratica occorrerebbe arrivarci con aziende totalmente autosufficienti e nel pieno delle proprie capacità produttive e lavorative. In conclusione: che Dio, e i mercati, salvino la “Regina di Francoforte”, lady Euro.

Il direttore editoriale Alessandro Zorgniotti

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