Al voto al voto: l’inutile proclama di una politica autoreferenziale

Chi si scandalizza il giorno dopo per il disastro dell’affluenza o meglio della mancata affluenza alle urne referendarie, ma quelle comunali non sono andate meglio, dovrebbe fare auto analisi e autocritica, due esercizi divenuti perle rare laddove la responsabilità è sempre e solo di “fattori esterni o terzi”. Partiamo da un antefatto: i quesiti referendari in materia di giustizia non avrebbero accorciato di un solo giorno la durata dei processi, penali e soprattutto civili, in Italia.

Nel corso di questa campagna elettorale i promotori di tali quesiti – alla portata neanche di tutti i luminari della giurisprudenza in quanto a tortuosità – adducevano alla grande opportunità di offrire a cittadini e imprese una macchina giudiziaria più efficiente e competitiva, più garantista e meno colpevolista.

Nulla, ma proprio nulla di tutto ciò: anzitutto, il settore della giustizia e della procedura civile non era minimamente toccato da alcuno dei referendum proposti da lega Salvini e partito radicale. Le finalità di fondo delle riforme auspicate con il richiamo al voto popolare abrogativo erano diverse: limitare il ricorso alla carcerazione preventiva, abolire le cause di non candidabilità o di decadenza dei pubblici amministratori, obbligare un magistrato a scegliere fin dall’inizio della propria carriera se essere giudicante o inquirente (pubblico ministero), modificare i criteri di elezione del Consiglio superiore della magistratura in funzione anti correntizia, consentire anche ai laici non togati (avvocati e docenti universitari in scienze giuridiche) di concorrere a valutare un togato al fine di scongiurare casi di auto-assoluzione.

Obiettivi che potrebbero essere anche condivisibili, ma che nella migliore delle ipotesi avrebbero prodotto i propri benefici solo fra qualche anno, mentre nella peggiore – e purtroppo ricorrente – tradizione italica sarebbero stati disattesi o disapplicati da successive leggi.

Cercare di legittimare una campagna referendaria simile scomodando la memoria di Enzo Tortora o di Giovanni Falcone, due giganti del garantismo vero e non opportunistico, è stato un autogol nell’autogol, al quale gli elettori hanno reagito punendo anzitutto i leader politici promotori, e aggravando la posizione già non idilliaca di Salvini nel centrodestra a trazione e attrazione sempre più “meloniana”, e condannando un ceto politicante che, oltre a essere ben indennizzato, grava sui bilanci pubblici, cioè su quelli dei cittadini, pretendendo che siano questi ultimi a fare i legislatori e proclamandosi manifestamente incapace a legiferare. Perché allora non restituire ai contribuenti in forma di credito d’imposta le indennità parlamentari immeritatamente percepite?

Altro capitolo è quello relativo alle elezioni amministrative locali per il rinnovo dei sindaci e dei consigli comunali. Qui l’astensionismo registrato approfondisce il dato già molto grave dello scorso autunno, indicando la tendenza di un numero sempre maggiore di elettori a non distinguere più tra livello parlamentare nazionale e livello amministrativo territoriale, omologando ormai il secondo al primo; e questo non senza un grande errore di fondo poiché – se è vero che un sindaco non può del tutto sovvertire emergenze di origine globale – è altrettanto evidente che una giunta comunale gestisce bilanci pubblici di una certa importanza, e riceve emolumenti sulla meritevolezza dei quali gli amministrati, cioè tutti noi, possono esercitare un controllo più ravvicinato di quanto non sia possibile nei confronti degli eletti a Roma o in Regione.

Di fronte a un astensionismo del 60 per cento, è chiaro che sovvertire lo status quo diventa difficile anche in un Municipio, a dominare è il senso della immutabilità, e la consultazione si risolve nella quantificazione dei travasi che si verificano da una lista all’altra, o da un candidato all’altro.

In un simile contesto, dove di fatto è la Banca centrale europea con lo spread a fissare i paletti della prossima campagna elettorale politica del 2023, di fatto commissariandola e relegando i vari leader comizianti al ruolo di esecutori di quello che resta da attuare sul Pnrr, è lecito non attendersi inversioni di tendenza nei livelli di partecipazione al voto.

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