Finito lo scudo sui BTP, la BCE si concentra solo sui tassi: rimarrà la scelta fra spread e inflazione?

Dagli analisti internazionali il monito a Lagarde: cautela sull’aumento del costo del denaro, il carovita dipende dalle importazioni. All’inizio saranno 25 punti base, che tradotti corrispondono a una percentuale dello 0,25 in cui consisterà, in questa prima fase, l’aumento del costo del denaro a cui Francoforte sta lavorando per predisporre lo scudo contro l’inflazione galoppante. Allo stesso tempo, finisce in soffitta il quantitative easing, ossia lo strumento di acquisto massivo dei titoli di Stato ideato da Mario Draghi, quando era al vertice della BCE prima di Lagarde, con l’obiettivo di proteggere i Paesi della zona Euro più esposti alla volatilità dei mercati e di mettere in circolo un livello di liquidità utile a rilanciare consumi e investimenti fino al raggiungimento di una soglia fisiologica di inflazione tra il 2 e il 2,5 per cento al di sotto della quale sarebbe scattata la recessione.

Quindi: denaro più caro se lo si prende in prestito e titoli del debito sovrano a media scadenza di nuovo in competizione con le altre forme di raccolta del risparmio. Il risultato è uno spread che gli ultimi dati aggiornati indicano, nel differenziale tra BTP nostrani e Bund tedeschi, intorno ai 230 punti base.

Come è nella tradizione, gli orientamenti dei mercati dei capitali hanno fin dall’inizio del dibattito, relativo alla manovra sui tassi di sconto della BCE, giocato d’anticipo recependo gli scenari rialzisti che, è giusto ricordare, erano partiti da oltre Atlantico dalle decisioni di Jerome Powell, omologo di Lagarde alla guida della Federal reserve.

Gli analisti lanciano tuttavia un monito ai decisori della politica monetaria della Eurotower di Francoforte: sì alla necessità di riportare sotto controllo il livello generale dei prezzi, ma tenendo sempre presente la circostanza che il tipo di inflazione vigente in Europa è di struttura ben diversa da quello che contraddistingue il funzionamento del costo della vita nel Nord America. Mentre lì la pressione si registra sul fronte della domanda espressa dalle famiglie, qui nel vecchio continente il pressing viene esercitato dall’offerta, ossia da quelli che in gergo si chiamano gli “input esogeni” – i fattori produttivi approvvigionati dall’esterno – e i comportamenti asimmetrici delle “supply chain”, cioè della catena delle forniture. Insomma: in Europa, e soprattutto in Italia, i lavoratori e i titolari di redditi fissi, inchiodati da oramai trent’anni alla cosiddetta inflazione programmata che ha messo in soffitta la scala mobile, non hanno colpe.

In Germania il governo rossoverde di Olaf Scholz ha introdotto il salario minimo riunendo le forze sociali in uno schema di detassazione, produttività e aggiornamento professionale

Tanto che il dibattito, dalla politica monetaria a quella economica e fiscale, è adesso focalizzato sullo studio di formule utili a neutralizzare gli effetti del carovita da import agendo sia sul fronte di un maggiore adeguamento dei trattamenti salariali netti – il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco ha proposto misure una tantum – sia su quello di un recupero che passi dai meccanismi della deducibilità e della detraibilità di alcuni costi e spese di largo consumo alimentare ed energetico, o dell’accollo degli stessi in capo allo Stato.

È tornato altresì in auge il dibattito sul salario minimo, il cui principio generale è stato portato ad approvazione dalla commissione Europea, pur lasciando ai singoli governi e Parlamenti nazionali un’ampia discrezionalità su tempi e modalità di recepimento secondo le caratteristiche delle rispettive economie locali.

Va da sé che la questione retributiva in Italia ha radici antiche, e non è paragonabile a quella in vigore in Paesi nostri diretti partners e concorrenti come la Germania federale, dove viceversa la politica salariale viene gestita come uno strumento rientrante nel sistema di welfare più generale, in un sistema di pesi e contrappesi con il sistema dell’istruzione professionale e con il controllo sociale dei costi dell’efficienza della macchina amministrativa pubblica.

Circostanze queste che non si rinvengono in Italia dove la maggioranza assoluta dei lavoratori resta al di fuori della sfera di applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro, nei quali di fatto già si applica il salario minimo, e in cui resta il problema del cosiddetto lavoro povero letteralmente esploso dopo le riforme Treu e Biagi che hanno introdotto innumerevoli deroghe alla contrattazione collettiva asserendo come questa fosse incompatibile con una struttura a imprenditorialità familiare diffusa.

La sola modalità per introdurre il salario minimo in Italia è l’adozione di una soluzione che attui una terza via alla tedesca e abbandoni la filosofia degli accordi Amato e Ciampi con cui trent’anni fa si decise di scaricare quasi esclusivamente sui salari il compito di sconfiggere l’inflazione. Il salario minimo deve essere la risultante di un mix di provvedimenti che colleghino il lavoro alla formazione e all’aggiornamento permanente, e che non facciano rientrare le maggiori cifre, corrisposte ai lavoratori, nell’imponibile fiscale e contributivo. La prospettata riduzione del cuneo fiscale, ossia del divario tra salario lordo e busta paga netta, oramai appare troppo limitativa nei confronti della gravità delle sfide connesse al recupero del potere d’acquisto.

Al contrario, e nel contesto di un rinnovato accordo istituzionale e sociale, il salario minimo può diventare un elemento cardine proprio per rilanciare la competitività e la produttività e per innescare una revisione dello Stato sociale in senso sburocratizzante e più attento alla prestazione finale da assicurare alla famiglia del lavoratore.

L’editoriale di AZ

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