Oltre Atlantico aumenta il costo del denaro: la mossa della Fed indica che gli USA sono meno esposti della Ue alla crisi globale

Washington e Francoforte hanno ufficialmente messo in pista due diverse filosofie e ricette per contrastare la crisi globale aggravata dal conflitto russo in Ucraina. Differenze di approccio, nei confronti dello stesso problema di un aumento non solo contingente del livello generale dei prezzi al di qua e al di là dell’oceano, le cui motivazioni erano chiare ancora prima dello scoppio del conflitto innescato da Putin contro Kiev. Gli Stati Uniti d’America risentono di una inflazione dovuta alla possibilità delle famiglie della classe media di esprimere una sostenuta domanda di beni e servizi, e prima dello scenario di guerra era la produttività del lavoro il fattore incaricato di assorbire buona parte delle spinte inflazionistiche.

Adesso però il contributo della speculazione in atto sui mercati del petrolio e del gas naturale ha indotto Jerome Powell, governatore della Fed, a rompere gli indugi innalzando di 25 punti base (in pratica, di un quarto di punto percentuale) il tasso di sconto, la prima di una successione di 6 mosse per tendere a un graduale aumento del costo del denaro nell’anno in corso. Gli Stati Uniti d’America, pur risentendo in casa propria degli effetti delle sanzioni occidentali contro Putin – e delle contro-sanzioni che saranno decise da quest’ultimo – appaiono meno esposti degli alleati Europei alla portata recessiva degli stessi.

A confronto: i governatori di BCE e Fed, Christine Lagarde e Jerome Powell

In tal senso, la Banca centrale europea di Christine Lagarde, avendo optato per una politica disinflazionistica fondata a oggi non sull’aumento del costo del denaro ma sul graduale disimpegno del quantitative easing (l’acquisto massivo di obbligazioni pubbliche e private), pur giocando d’anticipo rispetto a Washington e anzi proprio per la scelta di tale tempistica si è ritrovata vittima del più classico degli effetti di spiazzamento.

Come mai? Per il semplice fatto che la tendenziale venuta meno del diretto interventismo di Francoforte nell’economia del vecchio continente ha peggiorato le aspettative non rosee di un anello importantissimo della nostra catena energetica, quello rappresentato dal segmento dei rivenditori (o traders) di luce e gas, soggetti a una non più sostenibile impennata degli oneri finanziari, cioè delle garanzie che devono versare per poter continuare a lavorare sul mercato, con gli stessi margini di redditività di prima, emettendo bollette a famiglie e imprese finali.

Questi traders stanno richiedendo alle banche un aumento delle linee di finanziamento per scongiurare la chiusura delle proprie attività che metterebbe a rischio alcune migliaia di occupati, ma gli istituti di credito sono tenuti a richiedere fideiussioni più alte, e quindi le soluzioni sul tavolo sono due: o l’istituzione di una contro-garanzia del governo Draghi, magari attraverso uno specifico fondo attivato presso la SACE, o un diretto intervento della BCE con un quantitative easing espressamente dedicato al sostegno dei rivenditori di energia. O un mix di entrambe le misure.

L’editoriale di A.Z

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