La Ue, il colosso dai piedi d’argilla franato di fronte alla nuova guerra “calda”

“Russi e Americani, col potere tra le mani, rischiamo tutti la pelle”: erano gli anni ottanta del secolo scorso, alcuni di noi giovanissimi o non ancora nati, e a Sanremo e tra gli appassionati di musica italiana leggera spopolava Toto Cutugno con la canzone “Figli” che conteneva questo passaggio molto importante, quasi tristemente profetico, sull’importanza di educare le nuove generazioni a crescere – come cittadini, famiglie e comunità – isolando l’odio, le divisioni, i conflitti.

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Un verso di poche parole, nel quale si trovano a un tempo racchiuse le drammatiche verità dei due “grandi presenti”, Russia e Stati Uniti, e della “grande assente”, ossia l’Europa. Perché l’amaro calice della obiettività deve essere bevuto sino in fondo: alle gravi, gravissime responsabilità di Biden e di Putin, i quali a un certo punto hanno offerto al mondo l’idea di due capi politici non più in grado di controllare una situazione da loro stessi creata, si abbinano quelle, di pari intensità, della “non-politica” di una UE da trent’anni inchiodata a un trattato costitutivo, quello di Maastricht, ridottosi a un puro esercizio di ragioneria dei bilanci pubblici.

Ursula von der Leyen con il presidente della federazione Russa Vladimir Putin: immagini ormai di archivio

Un’Europa concentrata sui pallottolieri del 3 per cento del rapporto deficit PIL, o su regolamenti come quelli in tema di agricoltura in grado di annientare la redditività e la convenienza di interi settori produttivi e rurali – gli stessi che oggi ci avrebbero dato l’autosufficienza agroalimentare – ma che di fronte alle guerre, calde o fredde, tra Est e Ovest del mondo, esiste a malapena sulle cartine geografiche.

Ettore Prandini Presidente nazionale di Coldiretti mette in guardia contro il caro prezzi in agricoltura e sulle nostre tavole

I risultati, desolanti come il “deserto” che si è evidenziato sul piano dell’iniziativa diplomatica e delle capacità negoziali che avremmo dovuto fare valere su capitoli come energia e commercio mondiale, si sono visti non appena era diventato chiaro ai più che né Biden né Putin avrebbero compiuto passi indietro nelle strategie di ciascuno di loro di intimorire l’altro.
Il massimo della pressione che siamo riusciti a esprimere, nei confronti di Mosca, è consistito in un avvertimento del Cancelliere tedesco Scholz al leader della federazione Russa sulla possibilità che la Germania non avrebbe autorizzato l’entrata in funzione del gasdotto Nord stream 2.

Ultimatum caduto nel vuoto, perché se è vero che quasi la metà del bilancio della Russia dipende dagli introiti della fornitura di gas naturale al vecchio continente, è altrettanto vero che dalle parti di Mosca si era pienamente consapevoli fin dall’inizio che alcune avventate e a dir poco miopi scelte di politica energetica di Bruxelles ci hanno messo nella condizione di non disporre di alcuna alternativa alla dipendenza dall’esterno. Il gas americano infatti può solo arrivarci in forma liquida, e una volta giunto a destinazione si scopre che ci mancano i rigassificatori.

Il presidente Putin e quello ucraino Zalensky si voltano reciprocamente le spalle di fronte a un rassegnato Macron simbolo di una UE priva di protagonismo diplomatico

La cosiddetta transizione ecologica, negando di fatto la possibilità di puntare sulla ricerca di soluzioni ibride che non escludano a priori la prospettiva di una svolta sostenibile degli idrocarburi, altro non ha fatto e non sta facendo che accentuare il nostro status continentale di importatori netti di combustibili. Per non parlare del disastro dei regolamenti in campo alimentare, che hanno soltanto scoraggiato e portato a disincentivare investimenti che oggi si sarebbero rivelati strategici in settori come quello cerealicolo, lattiero e dello sviluppo della chimica verde nei fertilizzanti: con la triplice conseguenza, drammaticamente sottolineata dal Presidente nazionale di Coldiretti Ettore Prandini, di avere favorito l’urbanizzazione selvaggia di terreni di pregio rurale, di avere incoraggiato la tendenza della grande distribuzione a importare prodotti agricoli e alimentari da Paesi privi dei nostri stessi requisiti e disciplinari produttivi, e di dover acquistare decine di migliaia di tonnellate di grano tenero e duro da Ucraina e Germania.

Adesso, forse, Bruxelles dimostrerà il proprio maternalismo consentendoci di disapplicare, per un anno ancora, il “fiscal compact” per poter attuare una minima politica anticiclica; ma il tema irrisolto di fondo resta quello di una Europa cattiva matrigna contabile verso i propri Paesi associati, ma ectoplasma politico diplomatico di fronte a umiliazioni come quelle consistite nel negare una sedia o un saluto alla presidente Ursula von der Leyen n occasione di summit internazionali.

L’editoriale di A.Z

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