Nuova guerra fredda USA – Russia: e se cambiassimo nome alla Nato?

Nelle prossime ore la diplomazia tedesca del nuovo cancellierato di centrosinistra, guidato da Olaf Scholz, potrebbe essere decisiva, complice lo sblocco del gasdotto Nord stream 2, potrebbe essere decisiva al fine di sventare un conflitto non utile a nessuno, dannoso soprattutto per il leader del Cremlino. La nostra vuole, in questa sede, essere una sorta di provocazione di tipo semantico: finalizzata non a sdrammatizzare, non è questa la sede, ma semmai a mettere in evidenza un particolare più importante di quel che sembra. E se alla fin fine fosse soltanto una questione nominalistica risolvibile cambiando nome alla NATO al fine di rendere l’alleanza Atlantica più inclusiva e meno legata alla memoria storica di un muro di Berlino al di là del quale c’era quel patto di Varsavia crollato oltre trent’anni fa assieme all’Unione sovietica e in contraltare al quale, appunto, si era dato vita, tra Washington e Bruxelles, al trattato di difesa Nord Atlantica?

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La dissoluzione della divisione del mondo in due blocchi paritetici contrapposti, e semmai lo spostamento del blocco del socialismo reale ancora più a Oriente, per intenderci in corrispondenza della Cina e non più di Mosca, avrebbe dovuto comportare come logica conseguenza un ripensamento della missione della NATO fin dal nome: nome il cui mantenimento anche dopo il fatidico 1991 è stato interpretato dai leader post sovietici del Cremlino, e in ultimo da Putin in particolare, come un fattore ostile a qualsiasi politica di disgelo e funzionale anzi a un certo espansionismo americano in terra europea con l’annessione non concertata dei Paesi dell’est del vecchio continente. Ultimo dei quali in ordine di tempo, e qui veniamo alla questione oggi centrale, dovrebbe essere l’Ucraina.

L’adesione di Kiev alla NATO non è stata a oggi formalizzata, ma Washington con l’amministrazione Biden è determinata a condurla al traguardo, e ciò per Putin diventa un motivo di perdita della credibilità in politica interna. La vicenda si incrocia con quella energetica divenuta dirimente per l’economia della UE, incapace di esprimere una politica autonoma di approvvigionamento e quindi maggioritariamente dipendente dal gas naturale russo e dalle annesse manovre speculative della presidenza di Putin le cui entrate statali si basano in grandissima parte sullo sfruttamento di questa materia prima.

Biden e Putin

Proprio questa circostanza potrebbe però giocare a favore di una deposizione delle ostilità prima che da guerra fredda diventino guerra rovente: il gasdotto Nord stream 2, dal mar Caspio alla Germania, è stato infatti tecnicamente concluso alla fine dello scorso anno e necessita soltanto di essere messo in funzione con l’afflusso del combustibile in Europa occidentale. Lo scoppio di un conflitto militare comporterebbe però il proseguimento dello stop al funzionamento dell’infrastruttura, con perdite economiche enormi a danno dell’economia e del bilancio pubblico di Mosca già duramente provato dalle prove muscolari militari.

Quindi una positiva svolta nel senso del disgelo potrebbe essere dietro l’angolo dopo il dialogo tra il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il leader Russo Putin, e considerato altresì che il presidente del comitato dei soci della Nord stream 2 è niente meno che l’ex Primo Ministro di Berlino Gerard Schroeder.

Però la questione al pettine ritorna: siccome la NATO può dirsi nominalmente non più aggiornata, perché il patto di Varsavia e l’URSS non esistono più, e considerato che perfino alcuni Stati nel cuore europeo – dalla Svizzera all’Austria – non hanno mai voluto fare parte della coalizione Atlantica, non sarebbe arrivato il momento di cambiare nome alla stessa al fine di ricercare anche semanticamente un disgelo inclusivo verso la Russia, siccome questa per quanto estesa geograficamente ha un prodotto interno lordo pari a quello della più piccola Italia e quindi non avrebbe senso – né convenienza per lo stesso Biden – spingerla nelle braccia della arrembante Pechino?

L’editoriale di A.Z

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