Usa – Russia, l’eterna guerra fredda (con il cerino della NATO in Europa)

La vicenda Ucraina assurge a crocevia e simbolo di tensioni mai sopite tra le due superpotenze, e anzi aggravate dall’espansionismo attuato dall’alleanza militare atlantica nella macro regione geografica orientale del vecchio Continente. Un’eterna guerra fredda che molto difficilmente si scalderà sul serio. Anche perché ciò non converrebbe a nessuno: non al Presidente americano Biden, alle prese con un calo del consenso interno che molto difficilmente potrebbe risalire portando all’estremo il braccio di ferro con Mosca; e non all’omologo russo Putin, che in maniera speculare vive lo stesso problema e al quale non gioverebbe l’annessione di Kiev soprattutto ai fini della sostenibilità economico-finanziaria dell’operazione e di fronte a concittadini alle prese – più che con il patriottismo ex sovietico – con le conseguenze della riforma pensionistica e con gli effetti dell’inflazione sui beni di prima necessità.

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Al netto di tutte le considerazioni che in questi giorni si stanno compiendo, e di manovre militari molto più simili a una guerra giocata sul filo della intossicazione psicologica dell’uno nei confronti dell’altro, l’obiettivo perseguito dallo “Zar” Vladimir attiene principalmente al conseguimento del risultato politico, ritenuto essenziale da egli stesso per evidenziare la propria forza agli occhi dei Russi senza accendere le polveri, di prevenire l’arrivo della NATO in Ucraina. Ottenuto ciò, l’incorporazione dell’Ucraina all’interno della federazione moscovita rappresenterebbe un sacrificio enorme anzitutto per gli stessi concittadini di Putin, ai quali le guerre di annessione degli anni passati ha comportato l’alto prezzo di una manovra restrittiva sui fondi pensione alla base del calo di consenso di un Presidente con aspirazioni di fatto monarchiche ma non più conciliabili con l’imperialismo della “fu URSS”.

Dall’altro verso vi è Biden, il capo dell’amministrazione Americana che si appresta a entrare nel proprio secondo anno pieno di governo degli Stati Uniti e che in cima alla propria agenda politica colloca la necessità di recuperare l’indice di gradimento sceso dopo i massimi raggiunti in seguito alla vittoria sul paladino delle destre Donald Trump. Gli effetti della pandemia non sono ancora del tutto riassorbiti, il “trumpismo” ha comunque lasciato il segno nella società a stelle e strisce evidenziando uno stato d’animo sociale molto più diffuso di quanto la Sinistra democratica USA potesse pensare.

Non è un caso che molte iniziative della passata amministrazione guidata dal businessman repubblicano siano state confermate dall’attuale massimo Inquilino della Casa Bianca. A partire dalla consapevolezza di evitare nuovi “Vietnam” in politica estera, consapevolezza tradottasi nell’apparentemente brusco disimpegno di Washington in Afghanistan di fronte alla marcia talebana su Kabul, vicenda di certo mal gestita da Biden sul piano dell’immagine anche personale.

In parallelo, l’attuale Presidente USA è alle prese con l’esigenza di riprogrammare la propria politica economica nazionale che non potrà più contare sugli accomodamenti messi in atto dalla Federal reserve sul piano dei bassi tassi di sconto e dell’acquisto massivo di debito pubblico americano. La lettura dei difficili contesti domestici delle due grandi potenze del ventesimo secolo si riflette pertanto sulle sorti presumibili della vicenda Ucraina, una vicenda europea dove il cerino acceso è quello della NATO e la mano che lo tiene, e che rischia di scottarsi, è quello dell’Unione Europea.

Dalla caduta dell’impero sovietico e dal crollo del muro di Berlino est a oggi, l’alleanza militare atlantica, di fatto governata dal Pentagono e dal segretariato alla difesa di Washington, ha continuato a muoversi nel vecchio Continente in lungo e in largo come a voler e dover tenere fede alla propria finalità costitutiva: contrastare il patto di Varsavia sotto il cui ombrello – per usare una espressione del compianto Enrico Berlinguer – era soggiogata mezza Europa. A un certo punto, la vocazione dell’organizzazione militare atlantica a gestire l’Europa come una scacchiera sulla quale avanzare con i propri pezzi, incassando l’adesione di un numero crescente di Paesi ex comunisti dell’area centrale e orientale dove molte basi sono state nel tempo aperte, ha finito con il mettere in difficoltà le relazioni diplomatiche che si sarebbero potute – e per un certo verso dovute – creare tra la stessa Unione Europea e la Russia post sovietica per una crescente integrazione occidentale di quest’ultima e per centrare l’obiettivo di un definitivo smarcamento di Mosca da Pechino: una circostanza che con il senno di poi sarebbe stata fondamentale nell’epoca del coronavirus partito da Wuhan e di rincari energetici insostenibili per le Nazioni dell’area dell’Euro.

Invece, l’orientamento della NATO è stato quello di svilupparsi in Europa trattando con gli interlocutori di Mosca come con degli “sconfitti dalla Storia” con cui dialogare solo dopo averli collocati su un gradino più basso del podio. Non è un caso che la vicenda ucraina certifichi la incompiutezza politico istituzionale della UE con riferimento alla mancanza di una politica diplomatico militare comune, accreditando l’idea che il nostro Continente sia uno scacchiere dove a giocare sono sempre i pezzi di altri concorrenti.

Mentre i mezzi militari del Pentagono da una parte e di Mosca dall’altra sono schierati all’interno di un conflitto soprattutto di sfiancamento psicologico, che trasforma la scacchiera in un tavolo per il braccio di ferro, l’unica carta messa sul piatto dalla presidente europea Ursula von der Leyen è l’annuncio di uno stanziamento miliardario a favore di Kiev, preceduto nei giorni passati dalla conferma delle sanzioni economiche e commerciali verso Mosca. È questo lo scenario, articolato ma in fondo ben declinabile logicamente, nel quale Washington e Pechino sono di fatto “condannate” a proseguire il proprio dialogo per non dover cedere del tutto il passo, da qui al 2030, allo strapotere della “CinIdia” sul PIL mondiale.

A.Z

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