Lo scudo dei sostegni bancari contro la tempesta del Covid sulle imprese

I dati di Bankitalia trovano ulteriori conferme nelle argomentazioni del Banchiere e scrittore Beppe Ghisolfi e ribadiscono il pensiero forte del presidente ABI Antonio Patuelli: proprio per questo il governo non deve fare venire meno e anzi rafforzare sostegni diretti e garanzie patrimoniali pubbliche. Negli anni terribili dell’avvento e della diffusione della pandemia da nuovo coronavirus, la tempesta sanitaria ha trovato uno scudo che – sotto forma di sostegni diretti e di garanzie patrimoniali pubbliche – ha, se non del tutto assorbito (circostanza impossibile ovunque), comunque attutito i contraccolpi della stessa nei confronti del tessuto imprenditoriale diffuso del Paese.

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Una considerazione che si ricava, in tutta obiettività, dalla lettura del dossier pubblicato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia e avente per oggetto l’impatto pandemico sul livello dei fallimenti e, più in generale, delle cosiddette “uscite dal mercato”. Il combinato tra la diminuzione di operatività dei tribunali (inclusi pertanto i giudici fallimentari) e, soprattutto, l’attitudine del settore del credito bancario a massimizzare l’applicazione dei margini di legge in tema di ricorso ai fondi di garanzia istituzionali – quello storico presso il Mediocredito centrale e l’altro di nuova attivazione presso SACE -, ha permesso di scongiurare la cessazione di molte attività aziendali le quali, sebbene non del tutto ripartite e oggi alle prese con caro energia e restrizioni da green pass, hanno evitato la dichiarazione di fallimento o la cancellazione dai registri delle imprese delle camere di commercio.

Rispettivamente, nel raffronto tra il 2020 e l’anno precedente, si sono contati 33 e 27 casi in meno ogni cento. Un complesso di dati che lascia più di un motivo di rammarico: se infatti il governo Conte 2 avesse utilizzato gli scostamenti di bilancio – autorizzati dalle deroghe europee – e l’ampliamento del quantitative easing – deliberato dalla BCE di Christine Lagarde in continuità con Draghi – per varare un piano di aiuti a fondo perduto meno polverizzato e fondato viceversa su sostegni di importo unitario più consistenti orientati all’impresa e al lavoro autonomo e dipendente, in tutta probabilità gran parte delle 390.000 aziende tristemente capitolate nel corso del 2020 si sarebbero potute salvare.

Da destra, Beppe Ghisolfi, Antonio Patuelli e Sergio Mattarella

Sarebbe stato sufficiente solo prevedere una forma di condizionalità – di tali aiuti in conto capitale ovvero a fondo perduto – con il vincolo a utilizzare gli stessi per il mantenimento dei livelli occupazionali e per il reintegro del capitale circolante necessario alla successiva riaccensione a pieno regime degli impianti subito dopo la conclusione del lockdown. Il che, in considerazione di quanto poi avvenuto sul versante delle tensioni speculative sui prezzi delle materie prime, avrebbe sicuramente permesso di prevenire quanto meno in parte l’assoggettamento del sistema produttivo italiano all’attuale caro bollette proporzionalmente più pesante da noi che nel resto d’Europa.

Beppe Ghisolfi con Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia

Il governo dell’epoca ha preferito concentrarsi sull’integrazione dei fondi di garanzia pubblica rinforzando la linea storicamente dedicata alle MPMI – e gestita dal Mediocredito centrale Banca del Mezzogiorno per conto del ministero MISE – e istituendo per la prima volta presso la SACE (società strumentale di assicurazione del commercio con l’estero) una speciale garanzia per le realtà medio-grandi per fatturato e base di addetti.

Come è stato in più occasioni evidenziato sia dal Professor Beppe Ghisolfi, Consigliere del WSBI gruppo mondiale casse di risparmio, e dal Presidente dell’ABI, e della cassa di Ravenna, Antonio Patuelli, nella fase pandemica più acuta, tra moratorie accordate e finanziamenti erogati con il sostegno dei fondi di garanzia, l’apporto del credito bancario ha nettamente superato in valori assoluti quello del recovery Plan contenuto nel Pnrr portato in approvazione a Bruxelles per l’Italia dal governo Draghi.

Per questo i massimi dirigenti del settore delle banche chiedono il rinnovo delle agevolazioni contenute nel decreto cura Italia e liquidità e anzi la loro estensione a casistiche come la ristrutturazione e la rinegoziazione dei prestiti in corso al fine di coprire gli shock di mercato del caro bollette. Perché – come argomentato in più di una circostanza da Beppe Ghisolfi – se un’impresa fondamentalmente sana chiude, difficilmente potrà riaprire.

A.Z

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