Intervista esclusiva a don Luigi Ciotti: “Saranno i poveri a fornirci le coordinate del nostro futuro”

Don Luigi Ciotti è uomo di Dio e grande difensore della legalità. Egli sta dedicando la sua vita ai più deboli dimostrando con efficacia che ancora possiamo avere un mondo pieno di umanità. Nel corso dell’intervista abbiamo trattato temi importanti come solidarietà, legalità, economia ed educazione finanziaria. Egli rappresenta una Chiesa Cattolica che mira al contrasto di ogni forma di povertà.

Don Luigi Ciotti lei è il fondatore del Gruppo Abele Onlus, nato per dare sostegno a tutti coloro che soffrono le tante difficoltà della vita. Può dirci quali sono le vostre principali attività?

È difficile individuare attività “principali” perché sono tante – circa una quarantina – e interdipendenti: ciascuna dà e riceve
senso dalle altre. Però posso dire che la caratteristica del Gruppo, sin dalla nascita a metà degli anni Sessanta, è stata quella di
collegare i servizi di accoglienza – che sono la base, la sua “ragion d’essere” – con l’attività culturale e, in senso lato, politica. Accoglienza, perché il primo passo è sempre tendere una mano a chi fatica, barcolla, chiede aiuto. Cultura per diffondere consapevolezza delle ingiustizie e disuguaglianze e individuare i percorsi per contrastarle alla radice e eliminarle. Politica intesa come responsabilità del bene comune, responsabilità che ci rende cittadini al tempo stesso fruitori di diritti e rispettosi di doveri nel
segno del “noi” a cui richiama la nostra Costituzione.

Quanto incidono le difficoltà economiche presenti in un Paese con la crescita dell’illegalità?

Molto perché le difficoltà economiche dovute a limiti produttivi o, prima ancora, a un modello economico che distribuisce iniquamente il profitto si traducono in carenza di diritti. Parlo di quelli fondamentali: lavoro, casa, istruzione, salute. E il vuoto di diritti è da sempre terreno di conquista per le mafie, la corruzione e altre forme d’illegalità. Non ci può essere legalità senza giustizia sociale. Per questo non mi stanco di ripetere che se avessimo realizzato almeno nel suo nucleo l’impianto della Costituzione, le
mafie non esisterebbero e, con loro, quelle forme di corruzione e illegalità che hanno con le organizzazioni criminali un rapporto di
connivenza e reciproco interesse. La Costituzione disegna una società del diritto, non del privilegio, come purtroppo è ancora, sotto molteplici aspetti, quella del nostro Paese.

Lei sta facendo una vera e propria missione per aiutare i più deboli. Cosa ha portato nella sua vita spirituale tutto ciò?

La mia vita spirituale ha avuto quest’orientamento sin dall’inizio, per ragioni in parte caratteriali in parte grazie al prezioso influsso del mio maestro, il Cardinale – ma lui si faceva chiamare semplicemente “Padre” – Michele Pellegrino, figlio e fiore spirituale del Concilio Vaticano II, progetto di una Chiesa aperta al mondo e immersa nella Storia, una Chiesa non indifferente alle ingiustizie “mondane” e incline a fare della fede un’etica della responsabilità e uno stile di vita. “Chiesa povera per i poveri”, come la definisce Papa Francesco. Così posso dire che i miei punti
di riferimento sono stati e continuano a essere il Vangelo e la Costituzione. Il Vangelo è un testo intrinsecamente “politico” se riconduciamo il termine “politica” alla sua essenza di servizio per il bene comune, di strumento per affermare la dignità e la libertà di ogni essere umano. Imperativo etico e politico su cui il Vangelo
non fa sconti: sono tante le pagine in cui vengono denunciati i soprusi, le ingiustizie, le omissioni, le ipocrisie. Allo stesso modo la Costituzione ha uno spirito evangelico laddove afferma la dignità e l’uguaglianza, cioè il dovere dello Stato di garantire a ogni persona i diritti sociali fondamentali, quelli che rendono una democrazia sostanziale. La mia educazione e il mio impegno attingono da sempre a quest’impasto di Terra e Cielo, trascendenza e immanenza, verticalità della dimensione di fede e orizzontalità sociale e politica.

Lei è fiducioso riguardo una ripresa economica totale dell’Italia?

Sono fiducioso se la “ripresa” avviene su nuove basi. Cioè su un modello economico che torni a pensare al bene comune, alla tutela dei diritti fondamentali. Negli ultimi anni c’è stato un
abuso della parola “crescita” intesa solo in senso quantitativo, come aumento dei profitti e dei fatturati. Ma il senso dell’esistenza non può essere ridotto a quantità: è innanzitutto qualità. Non sempre lo sviluppo coincide con il progresso.

Come periodico ci occupiamo molto di educazione finanziaria. A suo avviso può essere uno strumento importante per gli italiani?

Vale il discorso appena fatto: può esserlo se la finanza torna all’interno di un sistema regolato e trasparente, senza più “zone grigie” dove il confine tra lecito e illecito varia a seconda delle
circostanze e delle logiche di potere.

Che appello vuole lanciare all’attuale governo per quanto concerne il sostegno delle fasce deboli?

Al governo – non solo al nostro – vorrei dire che la speranza rinasce dalle periferie, quelle geografiche ma anche quelle esistenziali. Per costruire un reale cambiamento dopo questa
terribile pandemia – un cambiamento che non sia un semplice adattamento – è necessario che la politica esca dai confini, dai muri materiali e mentali, dagli egoismi e dai privilegi e si faccia
viandante di speranza per le persone escluse, respinte, emarginate, umiliate. Saranno i poveri a fornirci le coordinate del nostro futuro. Saranno loro l’anima e i primi artefici di un nuovo e vero bene comune.

Il direttore Agrippino Castania

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