Etica o sostenibile? Basta che sia “green social impact”

La finanza dal volto umano ha rafforzato il proprio protagonismo nei mesi bui della pandemia, ma storicamente vanta, in Italia così come in Europa, un radicamento più risalente e oramai consolidato e irreversibile Etica o sostenibile? Green o social?

I concetti racchiusi in questi aggettivi non sono esattamente equivalenti fra di loro, ma tutti indicano la tendenza di settori e ambiti sempre più strategici della finanza, in Italia così come nel resto d’Europa, a finalizzare le proprie attività a obiettivi di compatibilità ambientale e di coerenza sociale per ricostituire e ove possibile ampliare la platea delle categorie e dei soggetti raggiunti da condizioni di benessere morale e materiale tali da metterli al riparo da rischi di impoverimento o malattia causata da esternalità negative come l’inquinamento o la contraffazione alimentare.

La storia della finanza etica è di per sé molto antica, basti pensare alla circostanza che un contributo alla definizione terminologica e alla formazione concreta e applicativa della stessa, lungo le diverse epoche in un cammino di secoli, è scaturito dallo sviluppo empirico delle dottrine religiose dominanti, quella cattolica da una parte e quella islamica dall’altra: la prima basata su principi come la sostenibilità e la ragionevolezza dei debiti e la lotta all’usura, la seconda fondata sul rifiuto stesso del concetto di debito a favore di logiche a indirizzo compartecipativo. Proprio nella scorsa primavera, sull’onda emozionale della tragedia pandemica, e accelerando precedenti linee direttive giacenti, la Commissione Europea ha varato un pacchetto di misure volte a identificare e implementare la cosiddetta “finanza sostenibile” all’interno dei vari prodotti e servizi offerti dalle istituzioni bancarie e parabancarie attive nel mercato dei capitali, rendendo gli stessi tracciabili e conoscibili presso il pubblico dei loro sottoscrittori e investitori finali.

Al momento, è bene precisare, si tratta di atti non vincolanti ma di pura raccomandazione indirizzati alle istituzioni finanziarie e alle aziende intenzionate a proporsi ai risparmiatori con titoli azionari od obbligazionari (Bond) espressamente volti a finanziare investimenti con parametri ecologicamente e socialmente rispettosi. I principali rilievi mossi a questa iniziativa della commissione di Bruxelles, oltre che sulla sottolineatura della mancanza di vincoli legali effettivi e reali all’interno delle misure adottate, poggiano sulla evidenziazione della loro non piena adeguatezza a contrastare fenomeni come il “greenwashing”, ossia l’utilizzo di una presunta ma non veritiera etichetta di sostenibilità per celare titoli che viceversa continuano a raccogliere e investire capitali “retail” in settori inquinanti, di armamento militare o di utilizzo intensivo e non tutelante delle forze lavoro. Sono stati proprio i vertici di Banca popolare etica, a oggi la prima e unica istituzione creditizia italiana attiva da oramai vent’anni nei campi di questo ampio comparto specialistico della finanza, a ribadire che quello targato UE è un primo passo, sì, ma non decisivo per debellare le insidie della speculazione camuffata e tinta di verde.

Eppure le premesse non mancano. L’ultima edizione del rapporto annuale, redatto dalla Fondazione finanza etica, mettendo a confronto le banche etiche, incluse quelle cooperative da cui traggono origine storica, con il complessivo aggregato delle 4500 realtà bancarie presenti e operanti nella zona Euro. I cosiddetti istituti etici, nel decennio dal 2009 al 2019, hanno espresso una redditività più che doppia della media generale complessiva dell’intero settore creditizio, 5,31 contro il 2,37 per cento, e un aumento di dieci punti che ha riguardato depositi, prestiti, patrimonio netto e totale degli attivi. È tuttavia l’incidenza dei crediti sul totale delle attività a differenziare, verrebbe da dire in maniera decisiva, le banche etiche da quelle commerciali ordinarie: incidenza pari al 73,2 per cento per le prime, a fronte del 40,8 espresso dalle seconde, per un ammontare di prestiti etici salito sopra l’asticella dei 55 miliardi a tutto il 2019.

È per tali motivi che i ricercatori della fondazione finanza etica hanno messo in guardia sulla più che concreta possibilità che il recente regolamento UE sulla trasparenza della finanza sostenibile, abbassando l’asticella della riconoscibilità qualitativa dei prodotti e servizi offerti, finisca con il ricomprendere nella propria sfera “rassicurante” anche quei fondi di dubbia eticità. Sta di fatto che, mentre ai sensi della normativa precedente, e dei parametri adottati dalla fondazione finanza etica, i prodotti qualificati come “sostenibili” ammontavano nel complesso europeo a poco più di 1330 miliardi, adesso hanno subito una brusca impennata che ne porta il totale a 2500. Sarà compito delle autorità, degli istituti retail, dei professionisti della consulenza e di ciascuno di noi – sulla base dell’educazione finanziaria – vigilare che il luccichio della dichiarata sostenibilità sia veramente quello dell’oro.

Finanza etica in senso esteso può tuttavia ricomprendere uno scibile più ampio e altrettanto degno: nel segmento delle fondazioni di origine bancaria, unicum italiano in Europa – imperdibile dal punto di vista istruttivo il Manuale di navigazione sulle fondazioni bancarie di Beppe Ghisolfi edito da Nino Aragno – opera un ampio spettro di attività ascrivibili al welfare sussidiario, sussidiario in quanto non pubblico in senso statuale o di gestito dalle pubbliche amministrazioni, attività le quali sono finanziate attraverso una quota parte della redditività generata, in forma di utili, dalle banche commerciali ordinarie (in genere, le Casse di risparmio o ex tali ma anche una grande banca di sistema come Intesa Sanpaolo): banche che nella propria compagine azionaria annoverano, in forza delle leggi Amato, Ciampi e Tremonti datate dal 1990 in poi, appunto le fondazioni il cui radicamento territoriale corrisponde a quello dell’istituto creditizio originale e la cui missione è quella di cofinanziare progetti strategici e attività correnti nei settori della sanità, dell’assistenza, della cultura, dell’istruzione, della ricerca scientifica e dello sviluppo locale. Le fondazioni svolgono sia un ruolo di soggetti industriali, concorrendo a orientate le strategie generali di mercato delle banche partecipate, sia di soggetti erogatori, a cui compete la gestione dei dividendi loro assegnati, e che in parte sono oggetto di erogazione e in altra parte oggetto di accantonamento presso specifici fondi di stabilizzazione.

A. Z

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